Sono andato a trovarla. Era seduta lì.

Breve racconto

Schermata 2014-08-18 alle 13.44.26

Quando arrivai, mi ritrovai davanti un cancello possente e chiuso, a rimarcare quella chiusura, anche il colore, nero. Il luogo certo non era rassicurante e quella visione, quel cancello, così inospitale che mi sbarrava l’accesso faceva venire i brividi e mi dava un senso di ansia.

Ad un tratto però un rumore metallico, lo scuro cancello iniziò a muoversi lentamente e al di là del suo oscuro colore, una veduta incredibile ed inimagginabile si apriva alla mia vista e alla mia anima. Un lungo stradone in pietra, ai cui bordi correvano su due file alberi maestosi e secolari che si ergevano su di un prato verde e pieno di fiori colorati.
Quella visione era in netto contrasto con l’impressione avuta quando arrivai di fronte l’oscuro cancello.
Iniziai ad attraversare la strada di pietra, mi sentivo immerso durante il percorso in una quiete e una pace incommensurabili. Credo che passarono alcuni minuti quando la strada si allargò e gli alberi che l’abbracciavano sparirono e al loro posto un immenso giardino con sedili di pietra, fontane, fiori e aiuole. Di fronte a me un palazzo, una villa, settecentesca, con facciata ornata da volti in pietra, balconi immensi, quasi verande che si affacciavano sullo spiazale e poi davanti a me una grande e lunga scalinata che portava al portone d’accesso.
Ero soddisfatto e pieno di me per la scelta che avevo fatto a suo tempo.
Un uomo alto,elegante, con barbetta e baffi e con una pipa in bocca, mi venne incontro quando arrivai sull’uscio dell’immenso portone che si trovava alla fine della scalinata.
Buongiorno e ben arrivato signor conte, mi disse il direttore.
Buongiorno a lei, risposi solennemente.
Siamo lieti di averla nostro ospite, oggi, la signora la sta aspettando.
Grazie Direttore, spero che in mia assenza si sia comportata bene e che non vi abbia recato alcun problema.
Stia tranquillo conte, lei sa che da noi si deve stare per forza bene, volenti o nolenti.
Bene,bene, risposi, mentra ci incamminavamo e attraversavamo il lungo corridoio che adesso si
apriva ai nostri occhi.
Attraversammo, parecchie stranze prima di arrivare a quella della mia signora, stanze che in parte erano o meglio sembravano abbandonate, altre piene di fermento, con gente in divisa che entrava ed usciva, indaffarata.
Una di queste nell’uscire di fretta da una stanza ci venne addosso:
Mi scusi signor direttore
non si preoccupi, continui il suo lavoro.
Si,certo mi scusi ancora, ma oggi qui i nostri ospiti sono al quanto inrrequieti.
Vada, vada, stia tranquilla, lo sa che spesso è così qui e rivolgendosi a me mi disse:
Conte, ultimamente ci siamo resi conto di essere a corto di personale, se lei nella sua infinita generosità volesse..
Lo interruppi, e gli dissi: Direttore,lei sa quanto ci tengo a questo posto, provvederò appena tornerò in città.
Nel frattempo, durante questa discussione non ci eravamo accorti di essere arrivati finalmente nella stanza numero 1, era la stanza di mia moglie, la contessa Barbara.
Il direttore, bussò e nessuno rispose, mi aprì comunque la porta e nel fare questo gesto, mi disse:
Vi lascio soli, mi raccomando, faccia con calma, nessuno la disturberà.
grazie signor direttore, ma prima mi sbrigo e prima potrò tornare in città e risolvere il suo problema di carenza di personale.
Grazie a lei signor conte, mi scusi e dicendo questo se ne andò.
Non se ne era neanche accorta che mi trovavo lì, era seduta, guardava fuori dalla porta finestra che dava sul bellissimo giardino descritto all’inizio.
Ciao, Barbara, come stai?
nessuna risposta, quegli occhi fissi, quello sguardo perso nel nulla.
Sono venuto a salutarti, son contento di vederti così serena, ma purtroppo oggi, dobbiamo salutarci per sempre, la vita deve andare avanti e questa non è più vita orami da tempo, sia per te che per me.
La contessa sempre muta e impassibile, continuava a guardare fuori.
Spero ti abbiano trattato bene in questi anni, sai io non sono venuto a trovarti da quella mattina, perchè, tutto sommato, credevo che la mia presenza ti recasse disturbo, del resto, quella mattina mi hai detto che avresti preferito non avermi mai incontrato e che pregassi Iddio che io morissi, piuttosto che continuare a vivere accanto ad un mostro e tutto questo da quando hai scoperto il mio piccolo segreto.Capisci, io non potevo lasciarti andare, non potevo far si che tu dicessi alla famiglia, ai nostri amici ciò che avevi visto, non era possibile, mi avresti rovinato la reputazione e la vita.
Perdonami, ma sai che dovevo farlo, io penso che tu avessi avuto necessità di un periodo di riposo e di qualche medina per tenrti calma, del resto, avevi allucinazioni,vedi e sentivi così che non esistevano e poi, tesoro, lo sai, una persona nel tuo stato di salute mentale non poteva certo gestire il tuo immenso patrimonio, ci voleva qualcuno che fosse in grado di farlo al posto tuo.
Mi stai acsoltando tesoro e nel dire questo le prese la testa tra le mani, e la guardò negli occhi, povera piccola, continuava a dire, così dolce il tuo sguardo e così fino il tuo volto.
Ma ella, con un fil di voce, disse: fai ciò che devi e non mi tormentare più.
Sentito ciò, il conte si irrigidì, le lasciò il volto e toltisi i guanti, mise la mano destra in tasca e uscì una lunga siringa con dentro un miscuglio creato proprio per quell’occasione, nei lavoratori dei sotterranei del suo castello. Infatti il conte era un esoterista ed amava, la chimica, la fisica, le scienze occulte e ogni mese con la luna nuova, soleva invitare in quei sotterranei in un apposita stanza adibita la rituale, altri esoteristi, nobili e professionisti, con il solo scopo di compiere i riti necessari alla purificazione dello spirito e all’elevazione dell’animo ad una conoscenza superiore.
Il tramite per tale conoscenza, erano dei riti particolari ricchi di simbologia e ovviamente riti carnali, che venivano messi in atto su giovani e giovinette del paese circostante, i queli erano rapiti una settimana prima della luna nuova e portati e tenuti nei sotterranei con la complicità di alcuni agenti di polizia del luogo e il cui capo era uno degli adepti della setta.
Tesoro mio, disse ancora il conte, il momento è arrivato…
La baciò per l’ultima volta e poi con forza e con rabbia le infilò l’ago dietro il collo, la contessa, volse il capo e lo guardò per lultima volta con orrore, i suoi occhi neri iniziarono a volteggiare all’ìinterno delle orbite oculari mentre tutto il suo corpo iniziò a tremare sempre più velocemente, l’agonia durò quasi un’ora mentre il conte seduto sulla polrona della stanza, stava fumandosi la pipa con serenità e felicità, perchè da quella stanza, sarebbe uscito finalmente libero.
Libero di continuare a perseguire il male, libero di commentere ogni sorta di soppruso verso innocenti, libero di continuare i suoi studi esoterici e libero di deliziare i suoi potenti amici e finalmente libero di gestire il denaro della compianta moglie.

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