Settant’anni con la bomba – Le Scienze

Quotidiano digitale
MobileFacebookTwitterGoogle +
RE Le inchieste
l’Espresso
Network
Le Scienze

LA RIVISTA IN EDICOLA
Tutta la luce del cosmo
La radiazione luminosa di tutte le galassie
esistite conserva le tracce della storia
dell’universo
In edicola dal 3 agosto
ABBONAMENTI E RINNOVI
Homepage
ZOOM SU
biodiversità
staminali
scienze della Terra
pianeti extrasolari
linguaggio
tutti gli argomenti
06 agosto 2015
Settant’anni con la bomba

© CORBIS Rights Managed (RM)
Dizionario
Mail
Stampa

SULLO STESSO ARGOMENTO

DAL SITO

06/08/2015
Settant’anni con la bomba
11/12/2006
Le conseguenze di un conflitto nucleare regionale
28/10/2002
Controllare il rispetto dei trattati nucleari
19/05/2012
Come liberare il mondo dall’elemento “infernale”
26/06/2014
Verso un’ispezione sicura degli ordigni nucleari
07/06/2013
Neurogenesi negli adulti? La conferma arriva dalla bomba
22/11/2011
Blog – Conto alla rovescia per un attacco all’Iran?
DALLA RIVISTA

01/12/2005
Caccia alla bomba sporca
01/06/1987
Armi nucleari della terza generazione
01/09/1995
La piu’ potente macchina da guerra del Medioevo
01/08/1991
Evoluzione dell’arco e delle frecce nella storia
01/02/1985
I grandi vascelli spagnoli
01/02/1988
La Warrior
01/05/1979
Le antiche catapulte
Nel 1945 esplodeva il primo ordigno atomico. Da allora il mondo deve affrontare i rischi di una proliferazione nucleare militare che può sfruttare la diffusione a scopo civile delle tecnologie legate all’atomodi Flavio Parozzi e Franco Polidoro

nuclearestoriaarmamenti
Nell’estate del 1945 il secondo conflitto mondiale era già terminato in Europa, ma la guerra continuava ancora con il Giappone. In una zona desertica degli Stati Uniti, nel New Mexico, ci si apprestava a collaudare l’arma atomica che si era temuto che la Germania potesse realizzare per prima. Al test era stato dato il nome di «Trinity». Il 7 maggio 1945 era stata fatta una prova generale. Per mettere a punto procedure e strumentazione per l’esplosione di Trinity erano state fatte brillare circa 100 tonnellate di tritolo imbottite di materiale radioattivo in un punto non troppo distante dalla torre in cui sarebbe stata fatta esplodere la prima bomba nucleare.

Il successivo 16 luglio, esattamente settant’anni fa, il plutonio di Trinity liberò una potenza 200 volte maggiore. Erano passati solo due anni e mezzo da quando il gruppo del fisico italiano Enrico Fermi aveva realizzato a Chicago la prima reazione nucleare a catena controllata. Lo sforzo scientifico e tecnologico compiuto dagli statunitensi non aveva precedenti. L’impiego della bomba atomica sui civili delle città giapponesi di Hiroshima e di Nagasaki fu il diabolico prezzo pagato per porre fine alla seconda guerra mondiale. Ma fu anche il marchio d’infamia con cui l’energia nucleare entrò nella storia.

Dopo la seconda guerra mondiale
Negli anni successivi, gli interessi nei confronti dell’energia ricavabile dall’atomo si articolarono in tutte le nazioni che disponevano di specialisti in grado di attuare trasferimenti dalla teoria alle applicazioni tecnologiche. Da subito, l’interesse non fu limitato agli impieghi militari, perché da un chilogrammo di uranio naturale, un metallo fino ad allora considerato di scarso valore, si aprì la possibilità di ottenere la stessa energia di una decina di tonnellate di carbone o di petrolio. La strada degli usi pacifici, come la generazione di energia elettrica, procedette quindi parallela alla costruzione di ordigni bellici sempre più potenti.
L’Unione Sovietica era uscita dalla seconda guerra mondiale vincitrice e alleata degli Stati Uniti, ma la contrapposizione politica e ideologica aveva portato le due superpotenze a un antagonismo militare che fu alla base della «guerra fredda». In questo contesto di iniziale monopolio atomico statunitense, nel 1946 gli Stati Uniti proposero alla neonata organizzazione delle Nazioni Unite un piano di cooperazione internazionale messo a punto dal consigliere di Stato Bernard Baruch per impedire una corsa agli armamenti nucleari. Il piano di disarmo, dettato in una situazione di squilibrio, fu rifiutato dall’Unione Sovietica, che accorciò le distanze nel 1949 con il suo primo test di un ordigno nucleare a fissione e nel 1953 con quello di una bomba all’idrogeno.

Nel 1955, dopo la morte del premier sovietico Stalin e la fine della guerra di Corea, il presidente statunitense Dwight Eisenhower diede segnali di disgelo rispetto alle precedente presidenza di Harry Truman, e ritentò il dialogo con i sovietici sul terreno della cooperazione internazionale. In piena sintonia con quella linea politica, sempre nel 1955 fu promossa a Ginevra la prima conferenza delle Nazioni Unite sugli usi pacifici dell’energia atomica. Intitolata «Atomi per la pace», la conferenza promosse in particolare la nascita dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (International Atomic Energy Agency, o IAEA), istituita nel 1957. Ancora oggi questa agenzia ha l’incarico di favorire gli impieghi pacifici dell’energia atomica e di verificare che materiali e tecnologie nucleari non siano impiegati per scopi bellici.

Una palla di fuoco e un fungo atomico successivi alla detonazione della prima bomba atomica, Trinity, iniziano a formarsi nel deserto vicino ad Alamogordo in New Mexico, il 16 luglio 1945
© CORBIS Rights Managed (RM)

Un freno per la corsa atomica
La corsa agli armamenti nucleari da parte di altri paesi, benché formalmente osteggiata dalle due superpotenze, si scatenò in tempi brevi. Già dal 1952 il Regno Unito aveva dato il via ai suoi test atomici in Australia. Erano poi seguiti quelli della Francia nel Sahara algerino nel 1960 e quelli della Cina nel 1964.
Per dare un’idea della corsa agli armamenti atomici, basti pensare che negli anni tra il 1945 e il 1998 furono sperimentate più di 2000 testate nucleari, sia a fissione sia a fusione, e sempre più potenti, fatte detonare in aria, sottoterra, sul fondo dei mari e fuori dall’atmosfera per studiarne gli effetti sugli scenari di guerra. Nel 1962 fu addirittura raggiunta la media di una detonazione ogni 2-3 giorni, per lo più con bombe statunitensi e sovietiche, tanto che i continui fallout portarono i livelli di radioattività dell’aria e dell’acqua piovana a livelli allarmanti anche nelle località situate a notevole distanza dai siti in cui venivano effettuati i test.

Nel 1968 Stati Uniti, Unione Sovietica e Regno Unito, già in possesso di armi nucleari, e numerosi altri paesi come l’Italia che invece non ne avevano, spinsero per un accordo internazionale con cui bloccare la proliferazione di bombe atomiche. Noto come Trattato di non proliferazione, l’accordo entrò in vigore nel 1970. Oggi vi aderiscono 189 paesi, e si basa su tre punti: il divieto agli Stati «non nucleari» di procurarsi armamenti atomici e agli Stati «nucleari» di fornire loro tecnologie per impieghi militari; il diritto dei firmatari del trattato di sfruttare l’energia nucleare per impieghi di pace, come usi in campo medico e generazione elettrica; l’impegno di ogni membro a perseguire negoziati per mettere fine alla corsa agli armamenti nucleari e per il disarmo nucleare.
I firmatari del trattato riconoscevano in sostanza una supremazia di fatto da parte delle grandi potenze uscite vincitrici dal secondo conflitto mondiale, che nel giro di un ventennio avevano bruciato le tappe per la corsa alla bomba: Stati Uniti, Unione Sovietica (ora Federazione Russa), Regno Unito, Francia e Cina.
Anche se oggi Israele, India, Pakistan e Corea del Nord possono contare sulla tecnologia nucleare militare pur non aderendo al trattato, tra i successi della politica di contrasto alla proliferazione vanno menzionate la restituzione delle testate ricevute dall’ex Unione Sovietica da parte di Ucraina, Kazakhstan e Bielorussia e la rinuncia ai programmi di sviluppo di armi nucleari di Brasile, Argentina e Sudafrica. Nonostante il dato non appaia di per sé tranquillizzante, l’arsenale atomico mondiale, che aveva raggiunto un massimo di circa 70.000 ordigni nel 1986, ha cominciato a scendere, fino all’attuale quota di circa 15.700 testate.

I materiali per la bomba
I materiali che possono essere impiegati per la realizzazione di ordigni nucleari sono uranio e plutonio, in particolare i loro isotopi (atomi di uno stesso elemento chimico ma con masse diverse, tra loro identificati con i loro numeri di massa) uranio-235 e plutonio-239, detti anche fissili e quindi in grado di sostenere una reazione nucleare a catena. I quantitativi necessari alla realizzazione di una bomba variano da qualche decina di chilogrammi per gli ordigni più rudimentali, come quelli impiegati nel secondo conflitto mondiale, a pochi chilogrammi per gli ordigni a fissione più sofisticati di ultima generazione.

Nell’ambito del rischio di proliferazione, la IAEA definisce «significativa» la quantità di materiale fissile con cui la realizzazione di ordigni nucleari non può essere esclusa. Per questi materiali la IAEA richiede quindi l’adozione di adeguate misure di salvaguardia e protezione: nel caso del plutonio questa quantità è pari a 8 chilogrammi, mentre per l’uranio altamente arricchito nell’isotopo 235, ovvero con una concentrazione di uranio-235 superiore al 20 per cento, è di 25 chilogrammi.
Mentre l’isotopo fissile uranio-235 si trova nell’uranio naturale con una concentrazione di appena lo 0,7 per cento, il plutonio- 239 è prodotto nei reattori nucleari partendo dall’isotopo 238 dell’uranio che, catturando un neutrone, dopo successive reazioni, si trasforma appunto in plutonio-239. In generale, più tempo l’isotopo uranio-238 rimane nel reattore, maggiore è il quantitativo di plutonio-239 prodotto.

Durante questo processo di conversione però nel reattore sono prodotti anche altri isotopi del plutonio.
Quindi per ottenere plutonio utile all’impiego militare la concentrazione dell’isotopo fissile plutonio-239 deve essere la più elevata possibile, di norma superiore al 93 per cento, limitando al massimo la presenza degli altri isotopi poco fissili o altamente radioattivi, che creerebbero grossi problemi nella fabbricazione di un ordigno esplosivo e nella sua detonazione. Per questo si parla di plutonio weapon-grade (di qualità militare) quando le concentrazioni degli isotopi poco fissili sono inferiori allo 0,02 per cento per il plutonio-238, inferiori al 6 per cento per il plutonio-240, inferiori allo 0,2 per cento per il plutonio-242. Per ottenere plutonio con le caratteristiche sopra indicate si può per esempio rimuovere il combustibile dopo una breve permanenza nel reattore, dell’ordine delle decine di giorni, cioè quando il plutonio-239 si è formato in quantità sufficiente e la presenza degli altri isotopi è ancora molto bassa.
Un rischio di proliferazione da non trascurare è infatti rappresentato da particolari tipologie di reattori di uso civile, la cui ar- chitettura permette un ricambio del combustibile a reattore in funzione, e dunque permette anche di generare plutonio weapongrade, come nel caso degli impianti di tipo canadese CANDU o di quelli sovietici RMBK. Questi ultimi erano dedicati anche alla produzione di plutonio militare al tempo dell’Unione Sovietica.

È da sottolineare il fatto che nei reattori nucleari impiegati per la produzione di energia elettrica il combustibile rimane nel reattore per mesi, determinando l’accumulo degli altri isotopi «disturbatori » del plutonio, oltre che del plutonio-239 fissile che in parte è bruciato dallo stesso reattore. Questo permette di estrarre plutonio la cui la percentuale di isotopo 239 non supera il 30- 50 per cento (detto plutonio reactor-grade) quando il combustibile esausto è rimosso dal reattore e mandato agli impianti di riprocessamento. Questo plutonio ottenuto dal combustibile esausto non trova applicazione in ambito militare, anche se alcuni esperti non escludono a priori che organizzazioni terroristiche desiderose di munirsi di un qualche ordigno nucleare, sebbene di bassa efficienza, possano cercare di acquisire plutonio di tipo reactor-grade eludendo i controlli internazionali.
Ovviamente anche l’uranio-235 trova applicazioni in ambito militare. Tuttavia, per realizzare un ordigno nucleare la concentrazione di questo isotopo nell’uranio totale deve raggiungere circa il 90 per cento: in questo caso si parla di uranio weapon-grade. In natura questo isotopo è presente solo allo 0,7 per cento, quindi l’uranio naturale è arricchito in isotopo 235 in impianti complessi che consentono di separarlo dal resto dell’uranio, come era stato fatto per realizzare la bomba sganciata su Hiroshima.

Ci sono poi altri isotopi che vanno tenuti d’occhio. Finora non ci sono prove del fatto sia stato usato uranio-233 come materiale fissile per produrre ordigni nucleari. Ma in teoria questo isotopo potrebbe essere impiegato a fini bellici, ricavandolo mediante conversione di un isotopo di un altro elemento: il torio-232.
E ancora: anche se non è soggetto ad alcuna prescrizione da parte della IAEA, il trizio, isotopo radioattivo dell’idrogeno dotato di due neutroni e un protone, può essere usato in piccole quantità (pochi grammi) per potenziare un ordigno a fissione sfruttando la reazione di fusione nucleare fra trizio e deuterio, altro isotopo dell’idrogeno costituito da un neutrone e un protone. L’attenzione sul trizio deriva dal fatto che questo isotopo potrebbe essere impiegato nella realizzazione di un ordigno nucleare basato sull’uso di plutonio di tipo reactor-grade.

Nagasaki, 9 agosto 1945 ©Callista Images Corbis

Strade rischiose
I rischi legati all’acquisizione di materiale fissile sono strettamente legati alle specificità del ciclo del combustibile, cioè a quelle operazioni che precedono la realizzazione del combustibile nucleare oppure al suo eventuale trattamento una volta rimosso dal reattore. Quando il combustibile è esausto, può seguire due strade. Nella prima è stoccato in depositi geologici senza alcun trattamento, e in questo caso si parla di ciclo del combustibile aperto, strada seguita per esempio dagli Stati Uniti.
Nella seconda il combustibile è riprocessato, e si parla di ciclo del combustibile chiuso. Questa strada è seguita in molti paesi, per esempio Francia e Giappone, dove il materiale fissile ancora presente nel combustibile esausto (uranio-235 non bruciato ma anche plutonio) è separato dalle scorie per poter essere nuovamente impiegato. In particolare, il plutonio reactor-grade recuperato nel riprocessamento del combustibile esausto è sfruttato nei reattori commerciali sotto forma di nuovo combustibile denominato MOX ossia a ossidi misti di uranio e plutonio.

Sebbene questo plutonio non risulti attraente per il campo militare, il suo impiego nella realizzazione di un ordigno nucleare non può essere escluso a priori, quindi devono essere previste specifiche misure di salvaguardia e protezione contro possibili sottrazioni illecite di questo materiale.
I principali rischi di proliferazione collegati con il ciclo aperto sono invece limitati al processo di arricchimento dell’uranio, che richiede tecnologie molto complesse e costose, come quella della centrifugazione gassosa, in cui l’uranio, sotto forma di esafloruro di uranio, che è un gas, è arricchito in uranio-235 fino alle concentrazioni usate nei reattori nucleari commerciali: fra il 3 e il 5 per cento. È evidente che un qualsiasi paese dotato della capacità di arricchire uranio a fini pacifici può essere tentato di sfuggire ai controlli internazionali per procedere all’arricchimento spinto dell’uranio a scopi militari.
Da qui si comprende l’importanza dell’azione di monitoraggio e controllo svolta dalla IAEA per impedire un uso improprio di questa tecnologia. Lo stoccaggio del combustibile nei depositi geologici, invece, non costituisce di fatto un rischio per la proliferazione, dato che gli elevati livelli di radioattività nel combustibile esausto scoraggiano l’accesso ai residui di materiale fissile ancora presenti.

Va infine rilevato che il rischio di acquisizione di materiale fissile può interessare anche piccole installazioni impiegate in ambito ricerca e per applicazioni commerciali. Alla fine del 2013 l’International Panel of Fissile Materials stimava in più di 100 i reattori di ricerca nel mondo che utilizzano uranio altamente arricchito, di cui molti in paesi dell’ex area sovietica. Anche l’atteso sviluppo di nuove centrali nucleari basate su decine di piccoli reattori che operano in batteria richiede lo stesso tipo di attenzione.
Per ridurre i rischi di acquisizione illecita di uranio di qualità militare negli ultimi decenni sono state lanciate diverse iniziative internazionali. Tra queste va ricordata la Global Threat Reduction Initiative inaugurata dagli Stati Uniti nel 2004 per convertire questi impianti di ricerca all’uso di uranio debolmente arricchito, rimuovere o facilitare lo stoccaggio di materiale nucleare ad alto rischio, incluso il materiale radiologico che potrebbe essere usato per realizzare una bomba nucleare «sporca», in cui il materiale radioattivo è associato a esplosivo convenzionale, senza però l’innesco di una reazione di fissione.

Crateri al Nevada Test Site, a circa 105 km a nord-ovest della città di Las Vegas, istituito l’11 gennaio 1951 per test sulle armi nucleari, iniziati con un chilotone il 27 gennaio 1951 © Karen Kasmauski/Corbis

Tecnologia a due facce
Il 2 dicembre 1942 Enrico Fermi era riuscito a far funzionare il primo reattore nucleare al mondo, la storica pila atomica chiamata Chicago Pile-1. Dopo appena due anni e mezzo era avvenuta la prima esplosione nucleare. 13. Era tempo di guerra, e gli anni che seguirono la fine del secondo conflitto mondiale portarono al clima della guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Questa situazione spinse allo studio di ordigni sempre più distruttivi, e parallelamente incoraggiò la costruzione di reattori nucleari da cui ricavare grandi quantità di energia con lunga autonomia.
Gli impieghi per la propulsione navale e per la generazione di energia elettrica marciarono più o meno di pari passo. Nel 1955 entrò infatti in servizio il primo sottomarino statunitense a propulsione nucleare, battezzato con lo stesso emblematico nome, Nautilus, di quello immaginato da Jules Verne alla fine dell’Ottocento nel suo Ventimila leghe sotto i mari.
Il primo collegamento di un impianto nucleare a una rete elettrica era invece avvenuto l’anno precedente con il piccolo impianto russo da 5 megawatt di Obninsk. Mentre l’esordio del nucleare per uso civile con impianti di alta potenza, almeno per l’epoca, avvenne nel 1956 nel Regno Unito con l’entrata in esercizio della prima delle quattro unità da 60 megawatt di Calder Hall e, nel 1957, con la centrale statunitense di Shippingport, anch’essa da 60 megawatt.

A sessant’anni di distanza, tra periodi di entusiasmo per la nuova fonte energetica e anni di ripensamenti collegati a incidenti come quelli di Chernobyl del 1986 e di Fukushima del 2011, la tecnologia della generazione di elettricità da fissione nucleare è maturata. Tuttavia, se l’uso di tecnologie nucleari per uso pacifico può avvenire con accordi commerciali nel rispetto dei trattati internazionali, la realizzazione di armamenti nucleari richiede ai paesi interessati di dotarsi in modo autonomo di capacità tecnico- scientifiche assai ampie. Per esempio sono necessarie competenze nella metallurgia di uranio e plutonio, è necessaria la disponibilità di apparecchiature di precisione per la manifattura degli ordigni, di laboratori per sperimentazioni, conoscenze nell’impiego di esplosivi, detonatori, sorgenti di neutroni e, non da ultimi, sofisticati algoritmi di calcolo.
Ma è anche vero che le conoscenze in ambito nucleare, come le tecnologie per l’acquisizione e il trattamento del materiale fissile, sono diventate sempre più accessibili a molte nazioni. I test nucleari effettuati in India, Pakistan e Corea del Nord, come i programmi nucleari militari portati avanti segretamente da Sudafrica e Israele, dimostrano che la realizzazione di ordigni con caratteristiche simili o anche superiori alle bombe esplose sul Giappone nel 1945 è potenzialmente nella disponibilità di paesi che abbiano a disposizione materiale fissile. Questi fatti non sono la diretta conseguenza dello sviluppo e della diffusione della tecnologia nucleare per impiego pacifico, quella legata ai reattori nucleari per la produzione di energia elettrica. Tuttavia hanno destato allarme nella comunità internazionale e hanno rafforzato la preoccupazione che il regime antiproliferazione, sostenuto per molti anni dai paesi detentori dell’arma atomica, presenti sempre più punti di debolezza.

Neutralizzare il lato oscuro
Oltre alle azioni di controllo e salvaguardia che possono essere adottate negli impianti sensibili, il rischio di proliferazione nucleare può essere affrontato anche agendo sulle proprietà del materiale fissile, sia esso di tipo weapon-grade, ottenuto dallo smantellamento delle testate dei missili, oppure adatto per reattori, proveniente dal riprocessamento del combustibile esausto delle centrali. Questi interventi mirano a conferire al combustibile proprietà fisiche che impediscano o scoraggino la realizzazione di esplosivi nucleari in caso di sottrazione illecita.
Nel caso dell’uranio è possibile diluire l’isotopo fissile uranio- 235 con quello non fissile uranio-238, in modo da non renderlo utile per la realizzazione di bombe. Inoltre, la presenza nell’uranio di qualità militare di piccole percentuali di varie impurezze può creare ulteriori ostacoli di vario tipo, aumentando in alcuni casi la probabilità di predetonazione di un eventuale ordigno.

Nel caso del plutonio di qualità militare, la presenza in percentuali modeste di alcuni suoi isotopi, come plutonio-238 e plutonio- 240, può costituire un grosso ostacolo alla realizzazione di un ordigno nucleare. Il calore di decadimento del plutonio-238 favorisce l’instabilità dell’esplosivo chimico impiegato come innesco nella tecnica dell’implosione, rendendo problematica la manifattura dell’ordigno. Nel caso del plutonio-240, la fissione spontanea di questo isotopo genera invece un flusso di neutroni che aumenta la probabilità di predetonazione.
Per ovviare al rischio che il plutonio recuperato dal combustibile possa essere usato come esplosivo, anche se scadente, sono state identificate possibili soluzioni per quello che riguarda la sua composizione isotopica nel combustibile da impiegare nei reattori convenzionali. In particolare è stato dimostrato che l’aggiunta nel combustibile fresco di minime quantità di americio-241 o nettunio-237, o di entrambi, può renderlo di fatto resistente alla proliferazione, aumentando ben oltre il 6 per cento la frazione di plutonio-238. Tuttavia è anche stato rilevato che le proprietà non adatte alla proliferazione di questo tipo combustibile verrebbero assicurate per un limitato periodo di tempo, perché il plutonio- 238 si tramuta per decadimento radioattivo in altri elementi entro alcuni decenni dalla sua produzione in reattore.

Occhio al combustibile
Nell’ottica di sostenere il disarmo nucleare, scoraggiare la proliferazione e promuovere lo sviluppo dell’energia nucleare per applicazioni solo pacifiche, capisaldi del Trattato di non proliferazione, nel 1993 è stato siglato dall’allora presidente russo Boris Eltsin e da quello statunitense Bill Clinton il progetto «Megatons to Megawatts», concepito per convertire 20.000 testate nucleari in combustibile da impiegare nelle centrali nucleari per la produzione di energia elettrica. Conclusosi nel 2014, questo piano ha permesso di convertire circa 500 tonnellate di uranio weapon-grade, presente nelle testate nucleari in dotazione alla Russia, in uranio a basso tenore dell’isotopo 235 per uso civile diluendolo in uranio naturale, vale a dire con il processo inverso a quello dell’arricchimento. Con questa iniziativa, negli ultimi 15 anni circa il 10 per cento dell’energia elettrica degli Stati Uniti è stato prodotto grazie al riutilizzo del materiale fissile di provenienza militare.

Da molti anni il plutonio che proviene dal riprocessamento del combustibile esausto delle centrali nucleari e dallo smaltimento delle testate nucleari trova impiego in nuovo combustibile MOX. Questo nuovo combustibile è attualmente impiegato in reattori nucleari di tipo tradizionale in Europa e Giappone. È stato inoltre ipotizzato un impiego significativo del MOX come combustibile per i reattori veloci di IV generazione, qualora questa filiera, al momento ancora in fase di sviluppo, trovasse una diffusione su scala industriale. Di recente interesse è poi la possibilità di impiegare il plutonio insieme al torio nei combustibili denominati Th-MOX. Oltre a non produrre nuovo plutonio-239, questi combustibili avrebbero la caratteristica di bruciare più efficacemente quello esistente e di offrire un minor rischio di proliferazione.
Nel campo dell’energia nucleare da fissione la messa a punto della tecnologia del combustibile è quindi un settore ancora aperto, sia per incrementare le necessarie cautele contro una nuova proliferazione, sia perché gli impianti concepiti per la generazione elettrica potrebbero avere un importante ruolo nella riduzione degli arsenali, come in parte sta già avvenendo.

(La versione originale di questo articolo è stata pubblicata sul n.563 di Le Scienze di Luglio 2015)

Sourced through Scoop.it from: www.lescienze.it

See on Scoop.itScienza&Ebooks

Annunci
di Ernesto G. Ammerata Inviato su Fisica

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...