LIGO-VIRGO e le onde gravitazionali che hanno spazzato via EGA BLOG?

Che dire? vi dovrei parlare della conferenza internazionale che ieri si è tenuta a Washington, riguardo lo scontro di due stelle di neutroni e delle conseguenti onde gravitazionali rivelate ancora una volta dalla collaborazione LIGO-VIRGO i due interferometri USA-ITalia.

Vi dir, che vi accennerò qualcosa ma voglio anche dire che forse ho capito che nonostante l’impegno, riprendere il blog dopo tanti anni non è facile, forse quando si esaurisce un ciclo, si esaurisce e basta, inutile insistere.

Parlo di qualsiasi cosa, anche se ora almeno in parte mi riferisco al blog.

Se la risposta è NO, allora bisogna capire volenti nolenti che bisogna andare avanti, seppur contro voglia.

Mi state chiedendo se questo è un nuovo stop al blog?

Può essere, ma non so darvi la risposta definitiva questa volta.

Avevo pensato di riprendere il blog, a seguito del fatto che mi ero ritrovato quasi casualmente in questo mondo di blogger, nuovamente dopo anni, aiutando qualcuno farne uno suo. Ma questa spinta non è sufficiente comunque è durata troppo poco per mettere in movimento un situazione stazionaria.

Ora comunque vi accenno alla scoperta di ieri, tornando a parlare di astronomia, e vi riporto una parte di articolo uscito sulla rivista le scienze.

La collaborazione LIGO-Virgo ha rilevato per la prima volta onde gravitazionali emesse dalla fusione di due stelle di neutroni. L’evento è stato osservato anche nella controparte ottica da numerosi telescopi spaziali e terrestri, inaugurando così l’astronomia multi-messaggero, una modalità di studio del cielo che promette di fare luce su processi ancora poco compresi del cosmo.

Un fremito impercettibile – ma con una forma ben precisa – lungo i chilometrici bracci dell’interferometro. Lo stesso segnale, osservato a Hanford, nello Stato di Washington, e a Livingston, in Louisiana. E anche dall’altra parte dell’oceano, a Cascina, in provincia di Pisa. È così che il 17 agosto scorso alle ore 14.41 ora italiana è stata rilevata la prima emissione di onde gravitazionali prodotta dalla fusione, o meglio dalla coalescenza, di due stelle di neutroni da parte degli osservatori gemelli statunitensi di LIGO e dell’europeo VIRGO, fondato dall’Istituto nazionale di fisica nucleare (INFN) e dal CNRS francese e il cui sito è gestito dallo European Gravitational Observatory (EGO).

Stando agli attuali modelli astrofisici, si tratterebbe di un evento fisico altrettanto catastrofico, che coinvolge gli oggetti con la più elevata densità di materia dell’universo – le stelle di neutroni, appunto – che sono il residuo di stelle non abbastanza grandi da collassare in buchi neri. Il processo di coalescenza inizia con le due stelle che si avvolgono in una rotazione frenetica l’una intorno all’altra fino a scontrarsi: in questo processo, che nel caso specifico è durato circa 100 secondi, si producono le onde gravitazionali, increspature nel tessuto dello spazio-tempo previste dalla teoria generale della relatività elaborata da Albert Einstein oltre un secolo fa. E dalla forma del segnale è possibile ricavare la massa degli oggetti originali, nella fattispecie 1,1 e 1,2 masse solari, rispettivamente, per un diametro di soli 20 chilometri circa. Con una simile densità, un cucchiaino di stella di neutroni ha una massa di un miliardo di tonnellate.

Oltre alle onde gravitazionali, la coalescenza di due stelle di neutroni produce anche radiazione elettromagnetica in tutto lo spettro, dalle onde radio ai raggi gamma.

Tornando almo pensiero di oggi, per ora questo potrebbe essere l’ultimo articolo o forse lo sarà solo per lungo tempo…

Confuso eh?

SI

statemi bene.

 

 

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Humea, il pianeta nano ai confini del sistema solare

Su Nature, la nota e importante rivista scientifica, è stato pubblicato un articolo che annuncia la scoperta di un pianeta nano ai confini del sistema solare, Humea, questo è il suo nome.

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In realtà il pianeta era già noto dal 2004 ma solo adesso, si sono identificate le sue caratteristiche strutturali grazie ad un evento particolare: Haumea, il 21 gennaio 2017, è passato contro il disco di una stella lontana e l’evento è stato osservato con ben dodici telescopi, di cui quattro in Italia.

Il pianetino ha due lune Hìiaka e Namaka.

Haumea è molto allungato e ha un disco di polveri come Saturno. Haumea e le sue due lune non hanno atmosfera e sono ricoperti di ghiaccio d’acqua quasi puro. L’ipotesi dei ricercatori è che il pianeta e le sue lune siano nati dalla rottura di un corpo celeste più grande, dovuta alla collisione con un altro oggetto celeste.

La scoperta è stata resa possibile da una grande collaborazione internazionale e si deve ai ricercatori guidati da Jose Luis Ortiz dell’Istituto di Astrofisica dell’Andalusia, a Granada. Anche l’Italia vi partecipa con l’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), l’università di Padova, e gli osservatori di San Marcello Pistoiese, di Tavolaia, di Lajatico e di Monte Agliale.

Fonte: Vesuvio live

Gli scienziati elencano le caratteristiche di stelle favorevoli alla vita — UFO E DINTORNI

Gli scienziati Manfred Cuntz, dell’Università del Texas, e Edward F. Guinan, della Villanova University (Pennsylvania) hanno stabilito nuove procedure su come trovare la vita oltre il nostro sistema solare, condividendo i loro calcoli in un articolo pubblicato dalla rivista ‘Solar and Stellar Astrophysics‘. Gli autori ritengono che sia sempre più probabile trovare tracce di vita […]

via Gli scienziati elencano le caratteristiche di stelle favorevoli alla vita — UFO E DINTORNI

Tre stelle per un pianeta extrasolare

Molti appassionati del film Guerre Stellari del 1977 ricorderanno, oltre alle epiche battaglie dei cavalieri Jedi contro lo strapotere dell’Impero galattico,c’è anche una suggestiva immagine in cui, sul pianeta Tatooine, la figura del protagonista Luke Skywalker si staglia su uno spettacolare tramonto di due soli.

Alcuni spettatori con qualche nozione di meccanica celeste avranno però storto il naso, ben sapendo che un simile sistema orbitale sarebbe piuttosto instabile, a causa delle reciproche interazioni gravitazionali tra i diversi corpi.

E invece sembra che l’universo possa andare ben oltre, secondo quanto riferisce su “Science” un gruppo di astronomi dell’Università dell’Arizona. Grazie alle immagini del Very Large telescope (VLT) dell’ESO, in Cile, gli scienziati hanno scoperto un pianeta in cui un ipotetico osservatore potrebbe vedere all’orizzonte non due, ma ben tre soli. Situato a circa 320 anni luce dalla Terra, in direzione della costellazione del Centauro, il pianete HD 131399Ab è in orbita attorno alla più brillante di un sistema di tre stelle.

“HD 131399Ab è uno dei pochi esopianeti di cui disponiamo di immagini, ma è il primo in questa interessante configurazione dinamica”, ha spiegato Daniel Apai, coautore dello studio. “Per circa metà dell’orbita planetaria, percorsa in circa 550 anni terrestri, le tre stelle sono visibili nel cielo di questo esopianeta: le due meno brillanti rimangono più vicine tra loro ma si allontanano dalla terza durante l’anno”.

Tre stelle per un pianeta extrasolare
Rappresentazione artistica del nuovo pianeta scoperto e delle tre stelle del suo sistema (Credit: ESO/L. Calçada)

HD 131399Ab ha una massa paragonabile a quella di Giove, e ha una temperatura di circa 580 gradi Celsius. Inoltre è un pianeta giovane: ha solo 16 milioni di anni. Ed è anche il primo pianeta extrasolare

a essere stato scoperto con lo strumento SPHERE di VLT. SPHERE è sensibile alla luce infrarossa e quindi alla “firma termica” dovuta alla particolare temperatura dei pianeti di recente formazione, e permette di correggere i disturbi causati dall’atmosfera e di bloccare la luce accecante che proviene dalle stelle attorno a cui orbitano i pianeti stessi.

Solo osservazioni ripetute e a lungo termine potranno determinare in modo preciso la traiettoria dell’esopianeta tra le tre stelle, ma i primi dati e alcune simulazioni sembrano suggerire uno scenario plausibile.

La stella più brillante, denominata HD 131399A, è circa l’otto per cento più massiccia del Sole. Le stelle meno brillanti, denominate B e C, orbitano attorno ad A a una distanza di circa 300 unità astronomiche (un’unità astronomica, abbreviata con UA è la distanza media tra la Terra e il Sole). A loro volta, B e C ruotano l’una intorno all’altra separate da una distanza di circa 10 UA, pari alla distanza che separa Saturno dal Sole.

Quanto al pianeta, HD 131399Ab ruota attorno alla stella A in un’orbita di circa 80 unità astronomiche, pari a circa due volte la distanza di Plutone dal Sole, cioè a un terzo della distanza tra la stella A e la coppia formata dalle stelle B e C.

“Se il pianeta fosse un po’ più distante dalla stella più massiccia, verrebbe espulso dal sistema”, ha concluso Apai. “Le nostre simulazioni al computer hanno mostrato che questo tipo di orbita può essere stabile, ma se si cambiano i parametri solo di poco, il sistema può diventare instabile molto rapidamente”.

Fonte: Focus.it

Juno: “sono su Giove”

 

L’accensione del motore di frenata di Juno

Giove, eccomi arrivata! La conferma dell’arrivo nell’orbita prevista attorno al gigante gassoso del nostro sistema solare, da parte della sonda spaziale JUNO, è arrivato al centro controllo missione questa mattina alle 5.53 ora italiana.

Si trattava di impartire da Terra un comando dalla sigla “’ji4040”. Era stato fatto cinque giorni fa: non era l’unico (ce n’erano altri tre), ma era importante, perché era quello dell’attivazione di una sorta di pilota automatico nella sonda spaziale Juno.

Il segnale aveva impiegato circa 48 minuti per coprire gli 860 milioni di chilometri che separano l’antenna di Goldstone del Deep Space Network (California) dalla sonda Juno, che da allora ha “coperto” lo spazio (interplanetario) necessario per inserirsi nella sua orbita polare attorno a Giove.

 

CINQUE ANNI E 3 MILIARDI DI CHILOMETRI 

La Juno, alimentata dai suoi tre grandi pannelli solari, ha raggiunto il suo traguardo planetario, dopo un viaggio durato cinque anni, sin da quando un razzo vettore Atlas V non l’aveva lanciata nello spazio, partendo dalla base del Kennedy Space Center, in Florida.

 

Grande euforia al Centro Nasa Jet Propulsion Laboratory, di Pasadena, che segue da terra e gestisce tutte le operazioni della missione. Ma grande entusiasmo anche fuori dagli Stati Uniti, perché Juno reca a bordo apparati scientifici (11, in tutto) realizzati da altre nazioni, due dei quali realizzati da centri di ricerca e aziende italiane.

 

La sonda Juno entra nell’orbita di Giove: l’euforia al Centro della Nasa

 

Poche ore prima dell’ingresso trionfale nell’orbita gioviana, a distanza di sicurezza di 5.000 chilometri per evitare che il miscuglio di radiazioni possa danneggiare in modo irreparabile la strumentazione di bordo, era stato attivato il motore Leros 1b della sonda: 35 minuti e 2 secondi di accensione, che hanno permesso di rallentare la velocità di Junodi 541,7 metri al secondo, abbastanza per essere catturata dalla forte gravità di Giove e piazzarsi nell’orbita prevista: “Tutto perfetto, ci siamo ! Inizia una nuova era dell’esplorazione di Giove “ – ha esultato Ed Hirst, Mission Manager della missione.

 

Quasi 3 miliardi di chilometri e 5 anni di viaggio sono ormai alle spalle del veicolo spaziale, 20 metri di ampiezza per 4 e mezzo di altezza, il primo alimentato a energia solare ad operare così lontano dal Sole.

 

Giove è una gigantesca palla di gas, 318 volte più massiccio della Terra. Proprio a causa delle sue enormi dimensioni, ha avuto una profonda influenza sull’evoluzione del nostro sistema solare. Ma la sua origine e la sua evoluzione sono ancora oggi un puzzle da risolvere.

 

Muovendosi su un’orbita polare, Juno ne studierà i campi gravitazionali e magnetici, esplorerà le sue nubi vorticose e l’atmosfera, una delle caratteristiche di Giove. Misurerà l’abbondanza di acqua e cercherà di determinare la struttura interna del pianeta, cercando prova della presenza di un nucleo solido.

 

 

ORA VENTI MESI DI ESPLORAZIONE DI GIOVE 

La sua missione pertanto è ambiziosa: lo attendono 20 mesi di intensa attività scientifica e raccolta dati da compiere in 37 orbite servendosi di una suite composta da 9 strumenti principali e due secondari.

 

Il cuore di Juno è Jiram (Jovian InfraRed Auroral Mapper – Mappatore all’Infrarosso di Aurore Gioviane), finanziato dall’Agenzia Spaziale Italiana (Asi, realizzato da Leonardo-Finmeccanica e operato sotto la responsabilità scientifica dell’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziale dell’Inaf. Operante nel vicino infrarosso, è uno spettrometro che svolgerà indagini negli strati superiori dell’atmosfera gioviana, sarà in grado di rilevare l’eventuale presenza di metano, vapore acqueo, ammoniaca e fosfina e fornirà immagini delle aurore.

 

L’altro componente italiano di Juno è KaT (Ka-Band Translator) uno strumento di radioscienza realizzato dall’Università La Sapienza di Roma, e realizzato da Thales Alenia Space Italia, sempre con il supporto dell’Asi.

 

Italiano è anche il sensore d’assetto Autonomous Star Tracker, realizzato da Leonardo-Finmeccanica: dopo averla guidata verso Giove, permetterà a Juno di mantenere la corretta traiettoria nell’orbita del pianeta gigante: “Juno è una missione storica che vede ancora una volta Nasa e Asi insieme alla ricerca di informazioni fondamentali per spiegare le origini del sistema solare” – afferma Roberto Battiston, Presidente dell’Asi – “Lo studio di Giove è anche una grande sfida scientifica e tecnologica a cui l’Italia partecipa con due strumenti all’avanguardia grazie a Inaf e a industrie come Leonardo Finmeccanica e Thales Alenia Space. Questa missione dimostra come la comunità scientifica italiana giochi un ruolo di primissima importanza, inoltre la partnership storica con la Nasa si è dimostrata una cruciale opportunità di crescita sia delle aziende che dei ricercatori italiani. Lavorare fianco a fianco con l’agenzia spaziale numero uno al mondo ha permesso un salto di qualità immenso per il sistema paese”.

 

L’ultimo veicolo terreste a vedere Giove da vicino era stata nel 2007 la sonda New Horizons ’sorella’ di Juno, entrambi appartenenti alla famiglia di missioni esplorative Nasa del programma New Frontiers.

 

Ma la sonda che lo ha veramente esplorato in precedenza era stata la euro-americana “Galileo”, nel 1995. Ora Juno, che come Galileo è una sonda Nasa, ma con molta Europa (e Italia) a bordo, ne raccoglie l’eredità per una nuova fase esplorativa.

 

Per maggiori informazioni sulla missione JUNO, rimandiamo al sito web della NASA: http://www.nasa.gov/juno e al sito web della nostra ASI www.asi.itwww.inaf.it

Fonte: lastampa.it